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Ultimate Championship. Serviva?

La prima edizione dell’Ultimate Championship di Budapest ha regalato risultati straordinari, ma soprattutto ha aperto una discussione sul futuro dell’atletica mondiale: serviva una nuova competizione? E questo format può davvero rendere l’atletica più spettacolare, comprensibile e fruibile per il grande pubblico?A Budapest Gianmarco Tamberi ha vinto con 2,37, miglior prestazione mondiale dell’anno: un altro successo in una carriera che impone ormai una domanda tutt’altro che provocatoria. Gimbo può essere considerato il più grande atleta italiano di tutti i tempi? E poi Francesco Pernici, quinto in una finale degli 800 di livello mostruoso, corsa da Djamel Sedjati in 1:41.91: l’azzurro ha fermato il cronometro a 1:42.67, nuovo record italiano. Larissa Iapichino ha vinto il lungo con 6,90, mentre Melissa Jefferson-Wooden ha impressionato nei 200 metri con 21.47, terza prestazione di sempre, completando la doppietta 100-200. Nei 400 ostacoli Alison dos Santos ha battuto Rai Benjamin e Karsten Warholm correndo in 45.98. E c’è anche la nuova avventura di Femke Bol negli 800 metri: 1:56.74 e terzo posto nella finale vinta dalla giovanissima Audrey Werro in 1:55.88 davanti a Keely Hodgkinson. Ma i risultati sono soltanto una parte della storia. L’Ultimate Championship è stato pensato anche come laboratorio per cambiare il modo di raccontare e consumare l’atletica: gare concentrate in tre serate, i migliori contro i migliori, nuove soluzioni televisive, maggiore protagonismo degli atleti, contenuti brevi e un linguaggio costruito anche per i social. World Athletics parla di 61.671 spettatori nelle tre sessioni sold out, 1,8 miliardi di impression legate all’evento sui social e circa 400 milioni di impression e visualizzazioni sui propri canali. È questa la strada giusta? L’atletica deve cambiare per adattarsi ai nuovi modi di fruire lo sport? Quanto di questo format può essere trasferito alle grandi competizioni internazionali senza snaturarne storia, regole e identità? Ne parliamo con Andrea Ceccarelli, Claudio Licciardello e Jacopo Marin, partendo da ciò che è successo in pista per provare a capire dove sta andando l’atletica mondiale. Ultimate Championship: spettacolo riuscito, esperimento interessante o modello per il futuro?

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